C’è in Sicilia un personaggio che sta sfidando il “terzo livello” della mafia, cioè l’antimafia, con un coraggio, una determinazione e una persistenza che, se fosse stato indirizzato ad un “livello inferiore”, cioè alla mafia-mafia, lo avrebbe portato già da tempo all’altro mondo con una scarica di lupara o con una raffica di mitra. Ma ogni mafia ha i suoi metodi: si va dalla lupara, alle pistolettate, alle raffiche di mitra, alla dinamite. Il “terzo livello” ha “la legge” (o quella caricatura che se ne ricava da un certo modo di “fare giustizia”). Salvatore Petrotto, ex sindaco di Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia è stato bersagliato dalla “legge” (nel senso suddetto). L’amministrazione di cui era a capo è stata sciolta per “condizionamenti mafiosi”. Ad annunziare il provvedimento (formalmente) “antimafioso” lo stesso Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, con a fianco Montante, presidente di Sicindustria, oggi indagato ufficialmente per mafia.
Di lui Petrotto aveva scritto e scrive cose di eccezionale gravità. Di Alfano (che è di quelle parti, di Agrigento) non ha scritto nulla. Ma nulla solo di lui “di pirsona pirsonalmente”, come direbbe l’agente telefonista del Commissario Montalbano dei romanzi di Camilleri. Perché ha scritto di certe concessioni a parenti assai stretti, di concorsi etc. etc. Ma torniamo al “terzo livello” tale luminosamente risultante dalle notizie che Petrotto, con il suo sito, invia quotidianamente a giornali, magistrati e uomini politici sui misteri gloriosi di Sicindustria e dintorni.
Le cose che si leggono sui “bollettini” dell’ex sindaco del Paese di Leonardo Sciascia sono agghiaccianti. Anche, e soprattutto, perché la precisione, i particolari, gli atti pubblici di riferimento, sono tali che la speranza che si tratti di farneticazione del bravo Petrotto sono davvero nulle.
Mi capita di leggere lo scritto con la data del 12 marzo 2015 sull’indirizzo di posta elettronica di Salvatore Petrotto (salvatore-petrotto@virgilio.it) sulla storia recente (ne so abbastanza per quel che riguarda quella più antica) della famosissima discarica di Siculiana (AG) nata per servire due Comunelli per dieci anni ed in funzione oramai da oltre venti, ingigantita e destinata a servire mezza Sicilia (ma per qualche tempo vi fu scaricata anche la “monnezza” di Napoli) espropriata al Consorzio dei due Comuni (Siculiana e Montallegro) che l’avevano costruita come discarica modello per i loro bisogni ed “assegnata” ai Fratelli Catanzaro, che ne gestivano il “movimento terra e rifiuti” con le ruspe, in base ad una complicata operazione della Regione, già parecchi anni fa.
Ora, di recente i Fratelli Catanzaro, uno dei quali è vicepresidente di Sicindustria, hanno deciso di ingrandire i loro impianti (che già ammorbano l’aria dei comuni vicini) costruendo accanto alla megadiscarica già esistente, al di là di una strada che la costeggia, una “vasca”, la “V4”, con una capienza di tre milioni di tonnellate di rifiuti. Sin dal 2003, con una ulteriore precisazione e puntualizzazione nel 2008 del Ministero dell’Ambiente, dopo i pressanti richiami dell’Unione Europea, era in vigore la legge di esecutività della direttiva che impone per le discariche di rifiuti l’impianto di biostabilizzazione”. Ma i Catanzaro ne hanno fatto allegramente a meno. La Regione ha, infatti “interpetrato” la norma della legge che dispone che l’obbligo di tale impianto non esiste per gli ampliamenti delle discariche già esistenti e funzionanti, attribuendo alla creazione di quella vasca per tre milioni di tonnellate di rifiuti (due o tre volte le più grosse discariche altrove esistenti) costruita vicino alla vecchia megadiscarica ed al di là, come si è detto di una strada che la costeggia, il carattere di mero “ampliamento” di quella preesistente! Il Sindaco di Siculiana (comunista) che anni fa aveva cominciato a tallonare i maneggi dei Catanzaro (tra l’altro la “semina” di rifiuti per le strade del paese dai camion stracolmi che trasportavano “monnezza” all’impianto dei due fieri industriali “antimafia” (“pentiti, quindi più attendibili) fu arrestato con il Comandante dei Vigili e un’impiegato del Comune. Per mafia: imputato di “vessare quei gentiluomini a scopo di estorsione a favore di Cosa Nostra. Fu poi assolto con formula piena (e senza le scuse di nessuno).
Tipica storia della vecchia mafia “prefettizia” che “collaborava” con i pubblici poteri.
I Fratelli Catanzaro, uno dei quali è attualmente imputato per gravi reati ambientali, sono tuttora i portabandiera dell’imprenditoria “antipizzo” (pentiti…) ed antimafia. Rosy Bindi, che ha cominciato ad ammettere che dietro l’antimafia si celano anche loschi affari, precisando che ha però, il massimo rispetto delle anime candide dei dirigenti di Sicindustria (la Confindustria Siciliana) di cui uno dei Catanzaro è vicepresidente, ha probabilmente inteso riferirsi a questi Fratelli, di cui, a quanto pare, un notissimo magistrato “di punta” dell’Antimafia Palermitana, informato da un certo Maresciallo dei Carabinieri dei loro precedenti, avrebbe detto “sì ma si sono redenti…”.
E la stampa? Tace ed acconsente. I rapporti tra questa Antimafia del “terzo livello” mafioso e la stampa sono anch’essi tipici della preminenza sociale della mafia del tipo dei tempi andati. Qualcuno dei giornalisti è “sul libro paga” di qualcuno degli “industriali antimafia”. Qualche altro spera di andarci a finire e si dà da fare (o da “non fare”) per riuscirci.
I più sono “prudenti: “tengono famiglia” (anche se scapoli) e non vogliono grane. Imprenditori, professionisti, “sciacalli” varii dell’antimafia hanno, o danno l’impressione di avere, ottimi “agganci” con l’antimafia togata. Meglio non rischiare. La capacità di “copertura mediatica” delle malefatte dei propri componenti, anche i meno importanti, l’”antimafia-terzo livello mafioso” l’ha data in occasione del “caso Musotto” ottenendo un fermo “silenzio stampa”, malgrado le connotazioni pirandelliane e clamorosamente comiche della vicenda.
Poi ci sono gli “straordinari”. Dai comunicati di Petrotto apprendiamo che i fondi stanziati dalla Regione Siciliana per l’Expo Milano 2015 sono stati affidati a Confindustria Sicilia (Sicindustria). Se ne occupano (o se ne occuparono fino alle rispettive incriminazioni) Antonello Montate e Roberto Helg (ben noti!!!) e pare se ne faccia carico anche la C.M.C. di Ravenna. Udite! Udite! La Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, che non è un sodalizio di bravi muratori “scalcinati”. E’ un colosso che opera nel settore delle opere pubbliche, il “gioiello di famiglia” più prezioso dello zoccolo duro emiliano-romagnolo del P.C.I., ora non so come trasmigrato. Ha in appalto il raddoppio della Caltanissetta-Agrigento per un miliardo e mezzo di euro.
Questa bella combinazione della Sicilia dell’era “rivoluzionaria” di Crocetta pare avesse messo a punto il progetto della strada degli scrittori che dovrebbe collegare i paesi di nascita dei grandi scrittori siciliani del Novecento: Pirandello, Sciascia, Brancati, Lampedusa, Bufalino e, perché non se l’abbia a male, anche Camilleri. Che c’entra la strada suddetta con la storia della letteratura siciliana e con l’Expo di Milano non so. Lo sapranno i due giornalisti racalmutesi (uno di Destra e uno di Sinistra di giornali nazionali) che dovrebbero realizzare non so se la strada o la spesa dei quattrini. (Intanto i lavori della Caltanissetta-Agrigento, gestiti dalla C.M.C. è ferma, forse per concepire varianti letterarie…). Il potere del “terzo livello” si manifesta ancora sulla stampa con l’emarginazione ed il silenzio assoluto sulle rivelazioni, che, non sono poi rivelazioni ma pubblicazioni di documenti ufficiali, magari atti parlamentari della Commissione di inchiesta Antimafia, che con grande puntualità e competenza Petrotto invia a decine e decine di indirizzi.
E i mafiologhi? Non ho mai avuto una stima appena passabile di questa categoria. Ma pare che essa si sia votata a “vivere o morire” nel suo abbraccio morale (si fa per dire) con l’antimafia. Che non consente di guardare che cosa si nasconda nelle pieghe di quel vasto rituale retorico, facendosi precedere nella “scoperta delle magagne” persino da Rosy Bindi, dalla Borsellino e da don Ciotti.
Così, anche in questa contingenza i c.d. intellettuali italiani mostrano quello che sono: un peso morto, spesso parassitario, che assai poco giova al progresso del Paese. Questo passa il convento.

http://www.giustiziagiusta.info/index.php

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