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Guardare le stelle, scrutare le loro meccaniche celesti, per non soffermarsi sulle miserie umane, era uno dei passatempi preferiti del protagonista del romanzo Il gattopardo,  di quel  principe divenuto famoso perché incarnava il lento ma inesorabile declino della nobiltà siciliana. Con lui tramontava anche tutto il suo ceto, con i millenari soprusi perpetrati ai danni del popolo siciliano vessato, umiliato, offeso anche  nei suoi sentimenti più intimi.

Tomasi di Lampedusa, autore del più suggestivo affresco sulla Sicilia di fine Ottocento, a proposito  del nostro italico  trasformismo, nel districarsi tra i parvenu che si avventavano, con fare belluino,  sulla carne viva dei siciliani,  alla stregua di iene e sciacalli, verrà definito da Leonardo Sciascia,  grazie ad una legge, per così dire,  di traslazione,  alla stessa stregua del principe, un gran signore;   nel senso che ha eliminato le manifestazioni sempre sgradevoli di tanta parte della condizione umana,  pur non sottraendosi mai di esercitare  una specie di profittevole  altruismo.

Sciascia, nel saggio Pirandello e la Sicilia, prendendo le distanze proprio dal Tomasi di Lampedusa, al quale rimproverava il fatto di non aver messo in debita evidenza gran parte delle sciagure siciliane, sosteneva che un intellettuale,  un vero intellettuale,  ha il dovere civile di scrutare la realtà  che lo circonda, sotto la luce della ragione,  e non delle stelle,  per meglio capirne le storture e le ingiustizie.  Un intellettuale ha il dovere morale, prima ancora che civile, di avvicinarsi al suo popolo per lottare assieme a lui contro le ingiustizie di sempre.

Ultimamente,  gli intellettuali nostrani,  ben lungi dal seguire gli ammonimenti sciasciani, di cui però si professano fedeli seguaci, ci sembrano più vicini al gran signore di Tomasi di Lampedusa. Non sentono la necessità cioè  di organizzare convegni per spiegare,  per esempio, come alcuni beni pubblici quali  l’acqua,  od ancora la produzione di  energie alternative  o alcune  discariche pubbliche, attraverso dei singolari giochi di prestigio, a volte veramente rocamboleschi,  si sono trasformati in miliardari affari per dei ben individuati ‘prenditori’privati siciliani e non…

E loro, i nostri  strani e nostrani intellettualoidi, anch’essi siciliani od ascari che dir si voglia?

Niente, non hanno mai speso una sola  parola su queste devastanti spoliazioni.  Anche quest’anno,  presso la Valle dei Templi di Agrigento,  li troveremo ancora lì, prima e dopo la notte di San Lorenzo,  distratti dalle incommensurabili immensità delle galassie;  e sempre con lo sguardo ben indirizzato verso l’alto dei cieli, intenti a scrutare  stelle e costellazioni,  raccontandone gli splendidi miti che evocano a dovere per  celebrar sé stessi; mentre si giocano la loro improbabile gara con l’universo.  Peer to peer, osiamo dire facendo ricorso ad un provincialissimo inglesismo, i nostri professionisti della  cultura, duettano con l’iperuranio per dimostrare a noi,  miseri mortali, che loro possono vantare delle tutele stellari; sono nati cioè più che sotto una buona stella,  protetti  da un’infinità di galassie.  Ecco perché  li vediamo affaccendati ed assai affannati  ad organizzare feste o premi letterari (?) nelle varie piazze siciliane o calabresi; eventi carichi di prorompente ipocrisia e  che diventano,  sempre di  più,  inutilmente pomposi ed assai pregni di noiosa magnificenza. Feste per celebrare,  in tutte le salse, la mafia, così come l’antimafia e la legalità in genere. A volte le forzature e le  anomalie che si colgono in tali stancanti riti commemorativi e/o propiziatori, tradiscono i loro effettivi intenti. Li trovi, in questi altri  innumerevoli casi, non tanto a scrutar le stelle,  ma proni a coltivare il terreno di una loro presunta battaglia per la legalità e contro la mafia;  mentre stendono un tappeto rosso dietro l’altro che fanno calpestare ai loro illustri ospiti, dai quali tentano di ottenere prebende e protezioni varie.

Ed è così che  tra un  ministro  e l’altro,  un procuratore della repubblica di  punta, un questore ed  un generale dei carabinieri, possibilmente condotti per mano dentro le scuole e nella pubbliche piazze, che si onora la stancante retorica della legalità a buon mercato.

Il tutto mentre perpetrano l’inganno di pontificare astrattamente sui massimi sistemi, parlandoci di  cielo e terra.

Noi,  più modestamente,  eravamo abituati a delle accattivanti ed ataviche tradizioni popolari siciliane, quando  leggevamo le pagine de Le parrocchie di Regalpetra,in cui Leonardo  Sciascia parlava, ad esempio,  della festa del Monte di Racalmuto.  Le loro celebrazioni, inneggianti sempre alla  legalità, le loro kermesse, invece,  non  sono caratterizzate, ad esempio, dalle cosiddette  prummisioni (ex voto) della povera gente o dai cavalli bardati, come avviene nei riti e nelle feste religiose siciliane; tra i loro graditissimi ospiti a farla da padroni, a sfilare come una sorta  di VIP, di star della legalità e dell’antimafia (di professione?),  nella qualità di personaggi illustri di questo nostro reo tempo,  troviamo quasi sempre (oggi un po’ meno),  uomini del calibro di Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e pluri indagato per mafia, ed il suo vice, l’industriale che si occupa, esclusivamente, di discariche,  un tempo pubbliche,  Giuseppe Catanzaro, nonché il vicepresidente nazionale,  sempre di Confindustria, Ivan Lo bello, anche’egli indagato per associazione a delinquere.

Si tratta di quella meglio imprenditoria sicula che sempre più giornalisti nel vero senso della parola, osano oramai definire come i protagonisti dell’antimafia di carta, ma che i nostri nostrani intellettuali, nel loro incedere contro corrente, hanno schierato sempre in prima fila, chissà perché!

Esponenti di un potere economico miope e rapace, degni discendenti di quella noblesse indifferente alle sofferenze patite dai siciliani che, anche ultimamente,  e  non si sa se per molto tempo ancora, sembrano condizionare ed aver pesantemente condizionato,  tutte le scelte  politiche del presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta, così come del resto è capitato anche al suo predecessore, oggi caduto in disgrazia,  Raffaele Lombardo.  I cittadini siciliani,  attoniti,  lentamente, ma non troppo,  sono stati letteralmente spogliati di tutto, persino della loro dignità.  Non prima di essere stati  resi partecipi di alcune  insolite  giravolte politiche, figlie dei  trasformismi di sempre; tanto da diventare degli ignari spettatori di una singolar tenzone, inscenata dai paladini  delle ormai arcinote  lotte pseudo- antimafiose. Senza rendercene conto ci siamo trasformati in sudditi gretti e impauriti, al servizio di un potere economico, più che politico,  che  sta  divenendo sempre più, un regime asfittico e  intollerabile.

Con grande amarezza e immenso sconforto ci rendiamo conto che le feste ed i premi letterari,  in cui si abusa del grande scrittore di Racalmuto,  in definitiva servono solo per fare cassa o magari per fare carriera, o ancora peggio per dare dei riconoscimenti  letterari prestigiosi a mafiosi e stragisti per niente pentiti, rei confessi e condannati all’ergastolo. Queste feste vengono concepite come una sorta di cento vetrine, in cui solo alcune bene individuate aziende mettono in bella mostra i loro prodotti. Incredibilmente si è scoperto come ad essere prescelte per partecipare a questi festival del commercio legale ed antimafioso,  erano sovente quelle più vicine alle camere di commercio  gestite da loschi ed assai ambigui  individui,  nonché ladri ed estorsori, quali Roberto Helg o da Antonello Montante, il capo dei capi dei professionisti dell’antimafia. Imprenditori prescelti o predestinati a ricevere considerevoli fondi pubblici  dal nostro Crocetta,  da spendere, si fa per dire,  con profondo discernimento, quali i due milioni messi a disposizione,  assai generosamente,  dalla nostra Regione,  per partecipare all’EXPO di Milano. Così come per magia,  tali manifestazioni internazionali o  di pubblico ludibrio che siano,  dai tratti pseudo culturali, con tanto di foto e filmati  di Andrea Camilleri, Sciascia o Pirandello,   si sono trasformate in delle vere e proprie miniere d’oro. Mentre è proprio il messaggio dirompente della scrittura sciasciana che sembra essere travolto o,  piuttosto,  svanito nel nulla ben strutturato che caratterizza le loro effimere manifestazioni, in cui si calpesta e  mortifica qualsiasi autentico messaggio culturale e civile, proprio a causa della loro trasparente indifferenza ed  arrogante supponenza .

Vengono dissacrate in tal modo, sistematicamente,  secoli di  lotte, di impegno sociale e culturale a fianco degli umili e degli oppressi. Sciascia riteniamo, ad esempio, che mal si coniuga,  a nostro modestissimo parere, con i tarallucci, con il vino;  anche se a farla da padrona può essere un vino importante, sponsorizzato per far cosa gradita al giornalista e scrittore racalmutese  de Il Corriere della Sera, Felice Cavallaro, addirittura dai dirigenti della C.M.C. di Ravenna in persona, al Vinitaly di Verona, lo scorso anno, ed a cui emblematicamente è stato dato il nome di vino  640. Un vino  la cui etichetta,  640, rende  onore ad  una strada,  purtroppo ancora tutta da rifare. Ma tra un sorso e l’altro, quel buon vino rosso della Noce, nettare di quella suggestiva  contrada di campagna dove Leonardo Sciascia,  all’interno del suo agreste buen retiro,  ha scritto la maggior parte di tutti i suoi libri di successo, a qualcuno rende bene.

Se non altro serve a bagnare le laute sponsorizzazioni elargite ai vari scrittori e giornalisti racalmutesi, dalla CMC di Ravenna,  una delle maggiori imprese italiane nel campo delle grandi infrastrutture lanciatasi a Racalmuto in questa avventura a metà strada, ed è il caso di dirlo, tra il cemento e l’ebbrezza dionisiaca.

Vino e strada statale Agrigento–Caltanissetta n. 640, come per incanto,  sono ormai diventati la stessa cosa!

Poco importa che l’iter, per così dire tecnico e burocratico-amministrativo, relativo al  raddoppio di quest’arteria che alla fine della giostra costerà un miliardo e mezzo di euro,  si trascina stancamente da  6 anni, tra inaugurazioni, crolli ed inchieste giudiziarie di difficile interpretazione. Ad ogni modo la cosa certa, come è risaputo è che da noi,  in Italia, tutti i grandi lavori pubblici, dalla Salerno – Reggio Calabria, a salire e scendere, vengono  artatamente rallentati e costano mediamente anche per 10  volte rispetto al resto d’Europa.

Ma i nostri nostrani intellettuali, malgrado tutto, vanno invece spediti lungo la loro strada; lungo la loro esclusiva via del vino, del 640, appunto, alla volta dell’EXPO, passando da Ravenna, dopo la già citata tappa  al Vinitaly di Verona.

La CMC di Ravenna  è rimasta  così ammaliata e forse anche  un po’  troppo intontita  da questi bacchici richiami, al punto tale che,  nell’ampliare questa importante via di comunicazione, con assai scarsi risultati,  è andata incontro a più di un disastro.

Così,  per onorare  la magia dei luoghi letterari, attraversati dalla statale 640, definita la strada degli scrittori,  ci si è dimenticato di completare i lavori di raddoppio, forse  per assecondare  le  ragioni del cuore, o le questioni di mera bisaccia,  di un nugolo di intellettuali locali alle prese con l’organizzazione di  eventi su eventi la cui matrice culturale si confonde, chiaramente, con quella economica.

Una cosa è certa, i nostri‘intellettuali’ autoctoni, amano stare a fianco di uomini potenti,  possibilmente ricchi, di cui ben presto ne diventano,  con elegante disinvoltura, cantori, giullari  e, di sicuro,  tessitori delle loro lodi, nonché cesellatori delle loro alquanto inquietanti gesta.

Vi state forse chiedendo che fine ha fatto in tutto questo sfavillio di feste e fistini  il nostro Sciascia che,  ricordiamolo,  si avvicinava al popolo più emarginato, non guardandolo dall’alto in basso, ma come un  umile tra gli umili.  Ricordate   Le parrocchie di Regalpetra ?  Sbaglio o si parlava delle condizioni di sfruttamento di  salinari, zolfatari,  contadini, di carusi e di criati (le inservienti),  cioè di  quelli che erano gli ultimi tra gli ultimi, i  maggiori diseredati della società siciliana?

Nella famosa pagina dedicata ai salinari, il grande scrittore alza il tiro e apre il dibattito proprio sulle disumane condizioni in cui queste reiette categorie sociali vivevano, alle prese con un lavoro che li rendeva sempre più simili alle bestie.

Forse grazie anche a  questo fermento culturale, a favore dei più indifesi,  che furono varate delle coraggiose leggi per risollevare le condizioni di vita  di contadini e zolfatari. Leggi  che  posero fine, oltretutto,  allo sfruttamento minorile nelle miniere. Ma soprattutto si cominciò a dare la giusta dignità al lavoro. Un altro argomento assai caro a Sciascia era quello dell’iniquità sociale, purtroppo, recentemente, tornato tristemente e prepotentemente  assai di moda,  non solo in Italia ma nell’intera Europa.

Basti pensare ai mini jobs in Germania od al jobs act in Italia che, tradotti, significano,  per i nostri disoccupati,  giovani o meno giovani che siano, assenza di tutele e ritorno all’ottocentesco sfruttamento;  tanto per intenderci  ci riferiamo a dei contratti di lavoro che sulla carta,  in maniera fittizia,  sono di 3-4 ore ma che in realtà sono di  8-12  ore giornaliere  di lavoro,  pagate meno di 400 euro al mese!

Una società giusta, mi direte, si basa inoltre sull’equità fiscale.

Mi vengono  in mente, a questo punto,  anche le insopportabili angherie  di  un antico signore,  di una feudalità d’altri tempi,  ritornata purtroppo  anch’essa di grande attualità, barone o conte che fosse, Chiaramonte o Del Carretto che si chiamasse.  Quel feudatario,  sui suoi sudditi,  esercitava un pervasivo potere fiscale.  Ricorda Sciascia che faceva pagare due tasse, quella delterraggioe quella  delterraggiolo. Ma non gli bastavano talmente era insaziabile, anzi infieriva sempre di più ed oltre contro la sua gente.

I Racalmutesi di allora,  stufi di subire ingiustizie, ebbero il coraggio di  ribellarsi a quelle insopportabili ed ingiustificate vessazioni del loro signore e padrone  e decisero di presentare ricorso  presso la Real Corte, una sorta di commissione tributaria ante-litteram.  La mediazione sembrò apparentemente andare in porto e così,  ai Regalpetresi, venne recapitata la proposta di pagare una somma di denaro che tanto somigliava ad una sorta di riscatto. Solo dopo avere pagato una volta, l’ingiustizia subita, ossia quella  di pagare due volte le stesse tasse  a due diversi Signori,  si sarebbe per sempre estinta.

Ovviamente non fu così nel lontano Seicento e non è così ancora oggi.

Anzi la situazione, se è possibile,  è pure peggiorata, costretti come siamo a pagare anche per dieci volte ciò che ci viene contrabbandato per servizio reso ci riferiamo alla mafia  dell’acqua, dei rifiuti, del petrolio e dell’energia.

Oggi assistiamo, come sempre, alla solita  rinnovata e sanguinaria rapacità di chi si è impadronito della gestione della nostra quotidianità, delle nostre stesse vite, mantenendo intatti gli stessi tratti squisitamente feudali e mafiosi evocati da Leonardo Sciascia.  I signorotti di oggi, ossia la nuova frontiera della mafia dei servizi, si sono inoltre spartiti tutti quanti gli incarichi pubblici, dentro le banche, negli aeroporti, nella Camere di Commercio ed in ogni singolo apparato produttivo.  Forti dell’astuzia propria  di chi ritiene, alla faccia della democrazia, di appartenere ad una sorta di sempre eterna razza padrona, arrogante e supricchiusa,  attraverso le loro azioni, o per meglio dire le loro malversazioni, travalicano  nelle imposture di sempre,  per soggiogare la gente, per impoverirla e renderla così più ricattabile, più vulnerabile . Ricordiamo che un popolo affamato e ignorante è più controllabile.

Ognuno di noi si aspettava che almeno una di quelle che possiamo definire delle vere e proprie kermesse del disimpegno culturale e sociale, sapientemente organizzate dall’odierna sedicente nostrana intellettualità racalmutese ed agrigentina in genere, fosse dedicata, per esempio, ad affrontare il problema legato alla piaga di la munnizza o dell’acqua, al mancato funzionamento dei depuratori, al vergognoso inquinamento dei nostri mari e delle nostre falde acquifere.

Magari ci si aspettava anche una timida azione di contrasto contro l’esosità delle tasse sui servizi, contro il  peso fiscale in genere che ha cancellato persino le speranze di futuro, in una terra in cui il peso del passato  grava sulle spalle di milioni di disoccupati che sono il prodotto di  una politica mangia soldi, che ha puntato solo sulla strategia delle lacrime e del sangue dei più deboli, dei più miseri.  Passivamente, invece, senza che questi nostri intellettuali indigeni hanno battuto  mai ciglio, abbiamo assistito al fallimento, uno dietro l’altro, di imprese, comuni e famiglie, tutti quanti ridotti alla fame. Tutto ciò mentre tasse e tariffe sui rifiuti, acqua ed energia, ad esempio,  schizzavano incredibilmente alle stelle ed i cittadini siciliani non ce l’hanno più fatta, si sono dovuti arrendere!

La Regione Sicilia, dal canto suo, per pagare  chi gestisce  oggi l’illegale ciclo dei rifiuti, ad esempio, ha contratto un mutuo miliardario, per assicurare loro degli esorbitanti ed  illeciti guadagni garantiti a colpi di violazioni di leggi amministrative ed ambientali; il tutto sempre a nostre spese ed anche delle future generazioni.

Gli strani e nostrani intellettuali racalmutesi, seppure intenti a scrutar le stelle, non sono riusciti neanche ad intravedere tra i ghirigori della costellazione politico-affaristica  siciliana, un benché minimo segno premonitore  riguardante le numerose violazioni di legge  e gli abusi commessi da alcuni loro munifici benefattori.  Non sono stati colti  da un ben che minimo  sussulto di dignità,  nel constatare che proprio alcuni loro sponsor,  nell’occuparsi di rifiuti, acqua, petrolio, camere di commercio, porti, aeroporti, aree industriali e quant’altro riguarda la carne viva di cittadini ed imprese, l’hanno combinato davvero grossa, facendo triplicare in Sicilia le tariffe su dei fondamentali servizi, peraltro gestiti in maniera pessima e del tutto illegale.

Gli intellettuali di oggi, non hanno mostrato alcuna reazione contro la vergogna di una Regione, quella siciliana, governata prima da Raffaele Lombardo ed adesso da Rosario Crocetta che saranno ricordati, a futura memoria,  per le loro ingloriose scelte contro gli interessi dei ceti produttivi, dell’economia e della società siciliana.  Hanno persino  svenduto la vocazione turistica della Sicilia alla lobby dei petrolieri, consentendo innumerevoli  trivellazioni lungo le coste siciliane,  con i gravissimi rischi ambientali che ciò comporta.

Ed intanto il livello della merda e dell’inquinamento nei nostri mari sale sempre di più; ma Crocetta distratto dagli emendamenti sblocca Italia varati dal governo di Renzi non si accorge ancora di tutto questo disastro ambientale.  Il tutto mentre  siamo costretti a fare a meno anche delle più elementari infrastrutture. Di ferrovie, manco a parlarne, siamo ancora fermi a quei pochi tracciati costruiti a cavallo tra Ottocento e Novecento; non osiamo parlare più del famoso aeroporto di Agrigento, ovviamente! E le nostre strade comunali, provinciali e statali sono ridotte tutte quante ad un cumulo di macerie.

Sono saltati, in pratica, tutti quanti i collegamenti tra i paesi e le città siciliane, costretti ad un assai desolante isolamento, con gravissime ricadute economiche e sociali.

In Sicilia non si parla più di lavoro e formazione professionale, spazzata via, quest’ultima, assieme  a più di diecimila lavoratori del settore, violando una caterva di leggi e la stessa Costituzione della nostra Repubblica. In cambio non si è costruito alcuna alternativa per un milione di disoccupati siciliani, lasciati colpevolmente  a morire di fame, in balia di sé stessi, senza arte, né parte!

E l’impegno politico e culturale in Sicilia che fine ha fatto?

Forse per  i nostri autoreferenziali cortigiani  è più manageriale e professionalmente più appagante, servire il padrone di turno, abituati come sono da sempre a salire sul carro dei vincitori.

In fondo in fondo che la Sicilia sprofondi pure!

Ai professionisti del nostro isolano ‘minculpop’,  lu picca ccià bbasta e l’assà ccià suprecchia,  per continuare ad essere ricchi sguazzando in mari melmosi e, soprattutto,  in mezzo ad un mare di povertà, quello in cui sono stati costretti ad affogare la maggior parte dei Siciliani!

Scritto da Salvatore Petrotto

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