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INFORMARE PER RESISTERE - Blog di inchiesta, politica, usi e costumi della Favela di Favara (Agrigento)                     NOVEMBRE 2010  
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SPECIALE ANTIMAFIA



Favara NO MAFIA DAY ...aspettando il 26




Sebbene trascorrerà più di un mese dall'evento che ancora una volta in negativo ha riportato Favara alla ribalta nazionale, ovvero l'arresto del boss Gerlandiso Messina che nella decantata "città dell'agnello Pasquale" ha trascorso indisturbato molti anni di latitanza, la manifestazione contro la mafia avrà luogo. E' prevista per il 26 novembre per l'impegno di pochi e nel silenzio della società civile e di taluni pilastri sociali anche di natura più intima e spirituale.  Anche le parole del consigliere comunale del PD Luigi Sferrazza che ha proposto la convocazione di un consiglio comunale straordinario (con gettone ovviamente assicurato) sono rimaste lettera morta.  Mi sarei stupito che i signori Consiglieri Comunali, fatto un serio e intimo esame di coscienza, fossero accorsi numerosi a testimoniare il loro impegno per una Favara migliore. Avrei gettato immediatamente la maschera ritenendo esaurito il mio compito. Ma...
Qualcosa comunque eppur si muove. Favela Favara Report & News ringrazia coloro che hanno deciso di rompere il silenzio omertoso e forti di un senso civico e di animo nobile hanno dato un contributo fattivo per affermare la legalità e per un futuro migliore.  
Ogni altra testimonianza sarà ben accetta e condivisa.




FaVELA in MAFIA  



"PROGETTO SUD":  L'ESEMPIO  DI  EVANGELIZ-

ZAZIONE DI UN PRETE CONTRO I  TANTI  DON 

TANTI DON ABBONDIO LOCALI


LETTERA APERTA DEI MORTI  PER TUMORE  IN

QUESTA  TERRA   AGRIGENTINA    VIOLENTATA

DALLE ECOMAFIE

(In preparazione alla manifestazione del 26 Novembre a Favara)

Anche Noi partecipiamo alla manifestazione contro le ECOMAFIE che hanno rotto l'equilibrio naturale, che hanno inquinato l'habitat dell'uomo e ci hanno proibito di partecipare da vivi a questa bella giornata che inneggia alla vita e alla LEGALITA'.

            Siamo tutti i BIMBI di Favara, Aragona, Canicattì, Raffadali, Palma di Montechiaro, Agrigento ecc.... morti per leucemia e traditi dal progresso, dall'inquinamento, dalla sofisticazione dei cibi, dell'aria e dell'acqua.

            Siamo tutti i PADRI di famiglia morti nel pieno della gioventù per malattie incurabili al cervello, al colon, al fegato, al polmone, con neoplasie tipiche di una civiltà industriale.

            Siamo tutte le MADRI che hanno lasciato questa terra e le loro famiglie mentre ancora i figli avevano bisogno di noi e continuano a chiamare: mamma aiutaci a fare i compiti, preparaci la merenda........

            Siamo tutti i ragazzi e le ragazze morte mentre fantasticavamo, sognavamo una vita operosa, piena di amore, di creatività e gioia, colpiti invece improvvisamente da carcinoma galoppante senza una spiegazione, senza un perchè.

            Partecipiamo anche NOI in massa e se guardate attentamente siamo davanti a tutti,   stiamo aprendo il corteo a testimoniare che anche da morti siamo attaccati alla nostra terra. Ammoniamo TUTTI QUELLI che ancora pensano di alterare l'equilibrio naturale e che il tumore non ha padroni e colpisce tutti indistintamente.

            Se guardate bene anche CHI ha inquinato, CHI si è arricchito con il sangue degli altri è morto, anche le loro donne sono morte, i loro figli, i loro parenti sono morti di tumore e sono qui a testimoniare assieme a NOI, l'inutilità del denaro quando questo è accumulato speculando sulla salute degli altri.

(Fondazione Francesca Di Bernardo contro le malattie incurabili)





Per una migliore economia bisogna sfruttare   le

migliori potenzialità.

Fare cassa con le trasgressioni: il vero introito.

A Favara la risposta ad una miglioria economica-culturale ha un obiettivo la cui potenzialità non è stata mai sfruttata e mai consta ad uno studio di pianificazione organizzativa. Non parliamo di studi e progetti fantasmagorici o aggrappati ad investimenti monetariamente assurdi. Il progetto si basa su due strutturazioni argomentative che, parlandone esteriormente da questa assimilazione spiegativa, risulterebbero ovvi e palesemente scontate. Eludiamo di ciò che serve a tale progetto: di cosa incorpora l'investimento, di quali potenziali benefici sociali ed economici porterebbe dare tale business.

L'investimento

Potenziamento dell'organico inerente al corpo della polizia municipale: nuove assunzioni ed incremento esponenziale della pianta organica; organizzazione di corsi di aggiornamento professionale.
Rafforzare soprattutto il settore della viabilità e del controllo sul territorio. Tutto ciò deve essere affiancato da una modernizzazione inerente al piano urbano e da una pianificazione strutturale  della segnaletica stradale.

Rafforzamento dei servizi viabilistici: attivazione di un piano migliorativo sull'attuale situazione della viabilità preesistente, migliorandola con verifica dettagliata delle consuetudini ed abitudini proiettati a scelte che rispecchiano sia la sicurezza che il buon senso ad indicare ed attuare le programmazioni giuste. Studio e destinazione relativa ai parcheggi liberi e di quelli da trasformare a linee blu.

Informatizzazione e dotazione di apparecchiature informatiche: per potenziare il miglioramento concerne al lavoro burocratico degli uffici dipartimentali e dare strumenti necessari per attuare una risposta rapida alla nuova posizione assunta sul controllo della viabilità e del territorio.

Una gestione ed un ampliamento dell'autoparco: volto  con specularità e referenza relativa alle unità rafforzate per tale investimento.

Insieme a tutti i Circoli Didattici, strutturare dei progetti di educazione stradale:  per realizzare e coltivare un accrescimento civico di chi rappresenta il nostro futuro, creando così le basi essenziali per una società migliore.

I benefici

Gettare le basi per una città più vivibile. Creazione di un ambiente sociale proiettato al rispetto degli interessi comuni nel pieno riguardo delle norme. Una viabilità di certo meno caotica e più ordinata. Nuovi posti di lavoro, protratti a dare “utili guadagni” per il bene della collettività. Aver dato così un incentivo importante al rispetto della sicurezza volta ai cittadini tramite il meticoloso riconoscimento di portare la città tutta ad una reale immersione di legalità.

Conclusioni

La prerogativa raggiunta da tale investimento è quella quindi di fare cassa con le trasgressioni di chi non rispetta le regole (e vi assicuro che a Favara di persone che non rispettano le regole c'è ne sono tante). In tutto ciò non c'è niente di strano (so ed immagino che qualcuno sia rimasto perplesso di codesto ragguaglio): se si esegue una multa, vi è palese conferma che qualcuno non ha rispettato le regole civili a discapito di tutta la collettività; quindi nel contesto se il Comune fa “cassa” con il corretto controllo delle “regole” e nel contesto utilizza tali introiti per rendere la città più vivibile, per me non c'è niente di male....anzi, a Favara ciò non è stato mai attuato!

Massimo Centineo



FAVARA, MA CHE CITTA’ E’?
 

Prima di dire NO alla mafia, bisogna scrollarci di dosso la “Nostra Mafia”.
Favara, ma che città è: bisogna partire dal diritto alla sicurezza per non perpetrare ingiustizia.

A Favara, quanti vigili urbani prevede la pianta organica e quanti invece sono in effettivo servizio? Dal consunto sulla terza Relazione Annuale del Sindaco si prende atto che: le unità appartenenti al dipartimento di polizia municipale sono 17; l'organizzazione dell'organico ne prevede almeno l'assunzione di altri 30 agenti e 4 ufficiali di P.G.

Traffico. La diffusa inciviltà e i controlli insufficienti.

 Sosta libera. Auto e motorini parcheggiati ovunque, anche nelle isole pedonali e nelle piazze: la sosta selvaggia è una triste abitudine che non si riesce a rimuovere.

 Discariche e abbandono dei rifiuti. Il segno di inciviltà arriva al culmine della negativa piega che ci sta totalmente allontanando da quel “senso civico” che ogni paese dovrebbe rispettare per il bene di tutti.

Manca la repressione. (solo 180 verbali elevati nell'anno relazionato) Al comando della polizia municipale non ci sono sufficienti agenti da destinare ai servizi di viabilità e controllo del territorio.

Favara. È una città con diversi problemi e purtroppo tanti nostri cittadini sono sempre pronti ad approfittarne; d'altra parte è parte di questa cultura evadere le norme. Le amministrazioni che si sono susseguite negli anni non hanno certo preso in pugno la problematica: si eliminano in maniera generica e grossolana i problemi della città, per poi non capire che una immediata e ferrea “regressione logistica” delle varie illegalità non eseguita in “legata successione” al problema eliminato, porta a non averlo affatto risolto! Ma in tutto questo noi favaresi che facciamo? Da una parte ci lamentiamo per le cattive condizioni di vita in cui siamo costretti a vivere, dall'altra approfittiamo della situazione come possiamo.

Manca un adeguato piano urbano del traffico. La rete stradale è in uno stato a dir poco fatiscente. Emergono di conseguenza le varie carenze infrastrutturali: manto stradale disconnesso; mancanza di marciapiedi; strisce pedonali e segnaletiche irrisorie, considerate un semplice “contorno” per la sicurezza; assenza di parcheggi e spazi con strisce a linee blu; irriverenti spazi di verde pubblico, i quali si presentano in uno stato di assoluto abbandono e degrado degenerativo(non parliamo poi delle ville e delle piazze!). Tutta questa mancata manutenzione e mancato controllo ordinari non eseguiti e non programmati con costanza, portano poi a degli interventi straordinari sicuramente più difficili da gestire, sia a livello umano che economico, a discapito di tutta la città!

I vigili. In tutto questo non possono o non fanno molto? Il libero arbitrio di potere fare “tutto” è un problema che dipende veramente dall'organico ridotto della nostra polizia municipale? Riesco ad assumere una coscienziosa conclusione che mi porta ad esser convinto di sì, per un parallelismo di rispetto alla giustizia che dovrebbe partire proprio da chi dovrebbe farla rispettare. Arguisco volendo far ricordare che nel primo articolo del C.d.S. si definisce che: “la sicurezza della persona rientra tra le finalità primarie di ordine sociale ed economico perseguite dallo Stato”.

Rivolgo tutto ciò su asserito, con remunerativa onoranza, agli organi di potere e facoltà, augurandomi un “rimorso sociale” che possa essere il principio di assumersi, ognuno e tutti, le proprie responsabilità ed analogamente difenderle ed attuarle, nella speranza d'una Favara migliore traguardata con il diritto d'avere una città coi servizi basilari (almeno quelli!) ed un corpo di polizia municipale che tenga conto della “summum ius, summa iniuria” nella proposizione di far rispettare le regole e non le eccezioni.

Massimo Centineo






L'ESEMPIO   DI   EVANGELIZZAZIONE  DI  UN  PRETE 


DIMENTICATO


La sera del 15 settembre 1993, veniva ucciso don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, a Palermo. È stato ricordato dalla diocesi con una fiaccolata notturna, lo scorso 14 settembre. Oltre alle dovute celebrazioni locali c’è però ben poco. In particolare il processo di canonizzazione – per il quale è stato appena nominato un nuovo postulatore, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di Cassano allo Ionio (Cs) – è fermo al palo: ha superato la fase diocesana ma è bloccato a Roma. Attorno ad un nodo: il riconoscimento del martirio del prete, che peraltro consentirebbe di non attendere i due miracoli necessari alla canonizzazione e quindi di accelerare i tempi dell’iter. Ci sono forti resistenze vaticane all’attribuzione del titolo di martire ad un prete ucciso dalla mafia, perché questo avrebbe ripercussioni teologiche e pastorali non di poco conto.
Don Pino Puglisi viene ucciso  per il suo impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era un “professionista dell’antimafia”, non appariva in tv, ma tutti i giorni lavorava per strappare i bambini dalla strada e dalla criminalità, per rendere vivibile un quartiere senza scuola, senza presìdi sanitari e ostaggio della mafia, per educare le persone a rivendicare i propri diritti.
Nato il 15 settembre 1937 proprio nel quartiere di Brancaccio da una famiglia di modeste condizioni, Puglisi segue il percorso tradizionale di un giovane che vuole diventare prete: le scuole, i gruppi ecclesiali, il seminario, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1960. Nel 1990 la svolta della vita: il card. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, lo nomina parroco a Brancaccio, e Brancaccio, in un certo senso, lo convertirà. Perché don Puglisi è un prete tranquillo, attestato su posizioni moderate, inviato a Brancaccio anche per normalizzare una parrocchia considerata di sinistra, che però si tuffa in una realtà sociale di povertà, degrado e sottomissione al dominio mafioso, e sceglie di lottare tutti i giorni per modificarla, fino a finire ammazzato. “È una terra di nessuno, i bambini vivono in strada e dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza: scippi, furti…”, dirà lo stesso Puglisi durante un convegno della Chiesa palermitana. C’è povertà materiale e culturale: “L’evasione scolastica – dirà ancora – è dovuta al fatto che Brancaccio è l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola media. Evidentemenete questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui.

Chiesa e mafia: un legame da spezzare

E siccome manca tutto, don Puglisi comincia dai bambini: gira per il quartiere, li trova in mezzo alla strada, facile preda della criminalità, e li porta in parrocchia, non per catechizzarli ma per farli giocare, educandoli però al rispetto delle regole. Poi gli adulti e il resto del quartiere. Egli rompe i legami fra la parrocchia e i mafiosi: vieta al Comitato per la festa di San Gaetano di passare per la case a riscuotere i soldi – quasi un pizzo – e ridimensiona la festa del patrono, diventata una vetrina per gli uomini d’onore che portando la statua o guidando la processione legittimano simbolicamente il loro ruolo, con la benedizione della Chiesa; respinge le offerte o gli aiuti che boss e politici democristiani gli porgono per suggellare i loro legami; modifica i percorsi delle processioni per non farle più passare, quasi in adorazione, sotto le case dei capi mafia; respinge i mafiosi che vogliono fare i padrini di battesimo e di cresima.
Arrivano tre suore e un viceparroco per dargli una mano – Gregorio Porcaro, che poco dopo l’uccisione di Puglisi lascerà il ministero – e nasce il Centro Padre Nostro: spazio socio-culturale per i bambini e i giovani, centro di assistenza per i più poveri, ma anche luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti, spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio. E si moltiplicano gli scontri con i notabili democristiani locali: Puglisi rispedisce al mittente i “santini” che vengono portati in parrocchia ad ogni tornata elettorale, attacca gli amministratori locali quando si affacciano nel quartiere a raccattare voti, in un’assemblea pubblica invita a gran voce i cittadini di Brancaccio a “non chiedere come favore ciò che è vostro diritto ottenere”.

Martire di mafia

Don Pino Puglisi ha passato il segno ed inizia ad essere osservato più da vicino dai Graviano, che Leoluca Bagarella rimprovera per aver lasciato troppo spazio al prete. Nel 1993 la situazione precipita. Il 9 maggio Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi di Agrigento, rompe un lungo silenzio e tuona contro i mafiosi. “Era ora”, esclama Puglisi, che più volte si è lamentato delle omissioni di molti suoi confratelli. Il 21 maggio la parrocchia organizza una fiaccolata per ricordare la strage di Capaci e il giorno dopo, puntuale, arriva la prima forte intimidazione: viene incendiato il camion della ditta che stava effettuando dei lavori di ristrutturazione in parrocchia.
A giugno Puglisi e il Comitato intercondominiale portano una troupe del Tg3 a filmare il degrado di via Hazon e pochi giorni dopo vengono incendiate le porte delle abitazioni dei tre leader del Comitato. La domenica successiva, dal pulpito, durante l’omelia don Pino Puglisi attacca frontalmente i mafiosi: “Non siete uomini, ma animali”. A luglio nuova manifestazione antimafia, in piazza, per ricordare la strage di via D’Amelio, e la sera stessa un giovane animatore della parrocchia viene aggreddito e brutalmente picchiato. Anche il cardinale scarica il prete che inizia a sentirsi solo e a temere per sé e per i suoi collaboratori, a cui chiede una maggiore prudenza. Ma il prossimo obiettivo ormai è lui, don Puglisi, che viene ucciso nel giorno del suo compleanno, con un colpo di pistola alla nuca, mentre rientrava in casa.

Don Pino Puglisi, un martire per la Chiesa

Don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia per il suo impegno pastorale e sociale, è un martire oppure no? Il Vaticano, dove è fermo il processo di canonizzazione che ha superato la fase diocesana, è restio a concedere il titolo. Troppo pericoloso, forse, affermare che chi si oppone alla mafia fino alla morte è un martire: che figura farebbe tutta quella parte di Chiesa che non solo non si oppone ma convive tranquillamente con mafia, camorra e ‘ndrangheta? Diverse associazioni ecclesiali di base palermitane, invece, pensano esattamente il contrario, ed hanno scritto a Benedetto XVI chiedendogli che “venga solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la morte di don Puglisi, ucciso dalla mafia”: dare questo valore alla morte di un uomo “che non ha piegato la testa al potere mafioso” in nome del Vangelo sarebbe un segno di “svolta”.


I preti meridionali e l’impegno contro la criminalità mafiosa

La figura tipica del prete meridionale è di un onesto burocrate del sacro: amministra i sacramenti, insegna un po’ di catechismo ai bambini, soccorre qualche famiglia in difficoltà. Per il resto, meno interrogativi si pone, e pone ai parrocchiani, e più viene apprezzato. In questo scenario, i mafiosi possono accettare che un prete organizzi marce e fiaccolate in difesa della legalità democratica, come faceva don Puglisi? Che chieda alle autorità di far sgombrare locali abusivamente adibiti a deposito di sigarette di contrabbando e di droghe illegali? Che critichi gli amministratori esperti in pratiche clientelari quanto incapaci di attivare spazi sociali istituzionali (come scuole, palestre, centri sociali, biblioteche)? Che addirittura vada a visitare familiari di mafiosi per problematizzare la compatibilità di certi criteri etici con i dettami evangelici? Evidentemente no! Un prete può andare bene solo nella misura in cui non insiste sul messaggio di Gesù di Nazareth: la dignità di ogni uomo e di ogni donna, la cura del debole, la difesa del perseguitato. Può essere lasciato in pace se, a sua volta, lascia in pace padroni e padrini: se – come diceva a proposito di sé monsignor Helder Camara – aiuta i poveri ma evita di chiedersi perché questo sistema socio-economico produca poveri.

Perche non si vuole Pino Puglisi santo? 

Additarlo alla venerazione dei fedeli significherebbe ammettere che, per un prete, l’impegno per la libertà e la giustizia nel territorio costituisca non un optional, o addirittura una deviazione, rispetto alla sua missione, bensì un elemento costitutivo, irrinunciabile.

IMPRIMERE     L'ACCRESCIMENTO     CULTURALE     E'
L'UNICA  EFFICACE   PER   CONSUMARE  LA  "NOSTRA

MAFIA"


di Massimo Centineo

Alla Favara.....disse Pirandello: “se non ci cambiamo noi stessi, nel parlare come un altro per bocca nostra, non ci cambierà nessuno”.
La nostra storia sociale sulla legalità può trarre introduzione dall'evento Chiaramontano sulla fondazione del casale, attorno a cui non riuscirono ad attirare le popolazioni limitrofe; di conseguenza si ricorse all'istituzione del diritto d'asilo, richiamando così gruppi di immigrati che, per lo più fuggiaschi, eterogenei e privi di entità culturale, hanno trasmesso solo l'unico elemento che li accomunava: il culto della violenza. Favara divenne così un covo di briganti di cui i paesi vicini cominciarono a lamentarsi presso il re. Nonostante poi sia stata abolita la “cancrena sociale” della prava consuetudo, a Favara, oramai, si era creata una forma mentis prospettata  ad un tipo di cultura esasperatamente individualistica, con un spiccato “radicamento consolidato” atto a far fortificare la “cultura acivica”. È in questa nuova mescolanza creata tra la comunità onesta ed il latitante, fruttificato dal seme grevio cresciuto senza onesto sacrificio, che nasce un rapporto forzato, portando spesso un rispetto vincolante alla paura con cui si era costretti a convivere. In questa “polla d'acqua” si crea un'immersione nella fonte vitale di uno spazio che sforza il giusto ad una evoluzione positiva, in un contenitore costretto ad accettare l'omertosa esistenza, portando quel concetto quasi religioso del senso di ospitalità. Questo atteggiamento, nella costanza amalgamato negli anni, diventa uno status che in noi favaresi riceve un significante e profondo valore etico-morale, entità che ci siamo tramandati con lemniscato orgoglio. Ed è proprio da questa “catena culturale”  che bisogna partire per far emergere quell'intreccio tra la sacralità morale sfruttata omertosamente e parallelamente quella ospitalità genuina che fa di noi favaresi un popolo dal “cuore grande”.
Bisogna fare emergere la nostra “coscienza dignitosa”, la quale deve farci riprendere quell'onore che la mafia, con la storia, ci ha strappato. Tutto ciò è solamente un punto di principio di un problema molto complesso che non bisogna valutare esclusivamente nella fenomenologia delittuosa, ma in tutte le grandi e piccole cause che la condizionano.
Il soffuscamento economico-culturale, di questo nostro passato da “servi della gleba”, non poteva altro che portare una situazione di miseria, di degrado, di ignoranza, di abbandono, i quali rappresentano, concatenati fra loro, l'indisturbato prosperare della mafia. Questa indisturbata indifferenza, nell'essere-non essere, il nascere, il morire e il rinascere, ha avuto come fine il ripetersi degli eventi e delle stesse contraddizioni, approfittandosi dell'alita “coscienza morale” di una città come Favara, fatta di persone che divengono: “uno, nessuno, centomila”; ma che possono divenire nell'orgoglio del riscatto: “nessuno, uno, centomila”.....contro la mafia per una Favara migliore.



CONTINUA