Sebbene trascorrerà
più di un mese dall'evento che ancora una volta in negativo
ha riportato Favara alla ribalta nazionale, ovvero l'arresto
del boss Gerlandiso Messina che nella decantata "città
dell'agnello Pasquale" ha trascorso indisturbato molti anni di
latitanza, la manifestazione contro la mafia avrà
luogo. E' prevista per il 26 novembre per l'impegno di pochi e nel
silenzio della società civile e di taluni pilastri sociali
anche di natura più intima e spirituale. Anche le
parole del consigliere comunale del PD
Luigi Sferrazza che ha proposto la convocazione di un consiglio
comunale
straordinario (con gettone ovviamente assicurato) sono rimaste lettera
morta. Mi sarei stupito che i signori Consiglieri Comunali,
fatto un serio e intimo esame di coscienza, fossero accorsi numerosi a
testimoniare il loro impegno per una Favara migliore. Avrei gettato
immediatamente la maschera ritenendo esaurito il mio compito. Ma...
Qualcosa comunque eppur si muove. Favela Favara Report & News
ringrazia coloro che hanno deciso di rompere il
silenzio omertoso e forti di un senso civico e di animo nobile hanno
dato un contributo fattivo per affermare la
legalità e per un futuro migliore.
Ogni altra testimonianza sarà ben accetta e condivisa.
FaVELA
in MAFIA
"PROGETTO
SUD": L'ESEMPIO DI EVANGELIZ-
ZAZIONE DI UN
PRETE CONTRO I TANTI DON
TANTI DON
ABBONDIO LOCALI
LETTERA APERTA
DEI
MORTIPER TUMOREIN
QUESTA
TERRA AGRIGENTINA VIOLENTATA
DALLE
ECOMAFIE
(In
preparazione alla manifestazione del 26
Novembre a Favara)
Anche Noi
partecipiamo alla manifestazione
contro le
ECOMAFIE che hanno rotto l'equilibrio naturale, che hanno
inquinato l'habitat
dell'uomo e ci hanno proibito di partecipare da vivi a questa bella giornata
che inneggia alla vita e alla LEGALITA'.
Siamo
tutti i BIMBI di Favara,
Aragona, Canicattì, Raffadali, Palma di Montechiaro,
Agrigento ecc.... morti per leucemia e traditi dal
progresso,
dall'inquinamento, dalla sofisticazione dei cibi, dell'aria e
dell'acqua.
Siamo
tutti i PADRI di
famiglia morti nel pieno della gioventù per
malattie
incurabili al cervello, al colon, al fegato, al polmone, con neoplasie
tipiche
di una civiltà industriale.
Siamo
tutte le MADRI che
hanno lasciato questa terra e le loro famiglie mentre ancora
i figli avevano bisogno di noi e continuano a chiamare: mamma aiutaci a
fare i
compiti, preparaci la merenda........
Siamo
tutti i ragazzi e le
ragazze morte mentre fantasticavamo, sognavamo una vita
operosa, piena di amore, di creatività e gioia, colpiti
invece improvvisamente
da carcinoma galoppante senza una spiegazione, senza un
perchè.
Partecipiamo
anche NOI in massa e se guardate attentamente siamo davanti a tutti,stiamo aprendo
il corteo a testimoniare che
anche da morti siamo attaccati alla nostra terra. Ammoniamo TUTTI
QUELLI che
ancora pensano di alterare l'equilibrio naturale e che il tumore non ha
padroni
e colpisce tutti indistintamente.
Se
guardate bene anche CHI
ha inquinato, CHI
si è arricchito con il sangue degli
altri è morto, anche le loro donne sono morte, i loro figli,
i loro parenti
sono morti di tumore e sono qui a testimoniare assieme a NOI,
l'inutilità del
denaro quando questo è accumulato speculando sulla salute
degli altri.
(Fondazione
Francesca Di Bernardo contro le malattie
incurabili)
Per una
migliore economia bisogna
sfruttare le
migliori
potenzialità.
Fare cassa con
le trasgressioni: il
vero introito.
A Favara la risposta ad una
miglioria economica-culturale ha un obiettivo la cui
potenzialità non è stata
mai sfruttata e mai consta ad uno studio di pianificazione
organizzativa. Non
parliamo di studi e progetti fantasmagorici o aggrappati ad
investimenti
monetariamente assurdi. Il progetto si basa su due strutturazioni
argomentative
che, parlandone esteriormente da questa assimilazione spiegativa,
risulterebbero ovvi e palesemente scontate. Eludiamo di ciò
che serve a tale
progetto: di cosa incorpora l'investimento, di quali potenziali
benefici
sociali ed economici porterebbe dare tale business.
L'investimento
Potenziamento dell'organicoinerente
al corpo della polizia municipale: nuove assunzioni ed
incremento
esponenziale della pianta organica; organizzazione di corsi di
aggiornamento
professionale.
Rafforzare soprattutto il settore
della viabilità e del controllo sul territorio. Tutto
ciò deve essere
affiancato da una modernizzazione inerente al piano urbano e da una
pianificazione strutturaledella
segnaletica stradale.
Rafforzamento dei servizi
viabilistici: attivazione di un piano migliorativo
sull'attuale situazione
della viabilità preesistente, migliorandola con verifica
dettagliata delle
consuetudini ed abitudini proiettati a scelte che rispecchiano sia la
sicurezza
che il buon senso ad indicare ed attuare le programmazioni giuste.
Studio e
destinazione relativa ai parcheggi liberi e di quelli da trasformare a
linee
blu.
Informatizzazione e dotazione di
apparecchiature informatiche: per potenziare il
miglioramento concerne al
lavoro burocratico degli uffici dipartimentali e dare strumenti
necessari per
attuare una risposta rapida alla nuova posizione assunta sul controllo
della
viabilità e del territorio.
Una gestione ed un ampliamento
dell'autoparco: voltocon
specularità e
referenza relativa alle unità rafforzate per tale
investimento.
Insieme a tutti i Circoli
Didattici, strutturare dei progetti di educazione stradale:per realizzare e coltivare
un accrescimento
civico di chi rappresenta il nostro futuro, creando così le
basi essenziali per
una società migliore.
I benefici
Gettare le basi per una
città più
vivibile. Creazione di un ambiente sociale proiettato al
rispetto degli
interessi comuni nel pieno riguardo delle norme. Una
viabilità di certo meno
caotica e più ordinata. Nuovi posti di lavoro, protratti a
dare “utili
guadagni” per il bene della collettività. Aver
dato così un incentivo
importante al rispetto della sicurezza volta ai cittadini tramite il
meticoloso
riconoscimento di portare la città tutta ad una reale
immersione di legalità.
Conclusioni
La prerogativa raggiunta da tale
investimento è quella quindi di fare cassa con le
trasgressioni di chi non
rispetta le regole (e vi assicuro che a Favara di persone che non
rispettano le
regole c'è ne sono tante). In tutto ciò non
c'è niente di strano (so ed
immagino che qualcuno sia rimasto perplesso di codesto ragguaglio): se
si
esegue una multa, vi è palese conferma che qualcuno non ha
rispettato le regole
civili a discapito di tutta la collettività; quindi nel
contesto se il Comune
fa “cassa” con il corretto controllo delle
“regole” e nel contesto utilizza
tali introiti per rendere la città più vivibile,
per me non c'è niente di
male....anzi, a Favara ciò non è stato mai
attuato!
Massimo Centineo
FAVARA, MA CHE
CITTA’ E’?
Prima di dire
NO alla mafia,
bisogna scrollarci di dosso la “Nostra Mafia”.
Favara, ma che città è: bisogna
partire dal diritto alla sicurezza per non perpetrare ingiustizia.
A
Favara, quanti vigili urbani prevede la pianta organica e
quanti invece sono in
effettivo servizio? Dal consunto sulla terza Relazione Annuale del
Sindaco si
prende atto che: le unità appartenenti al dipartimento di
polizia municipale
sono 17; l'organizzazione dell'organico ne prevede almeno l'assunzione
di altri
30 agenti e 4 ufficiali di P.G.
Traffico. La diffusa
inciviltà e i controlli insufficienti.
Sosta libera.Auto e
motorini parcheggiati ovunque, anche nelle isole pedonali e nelle
piazze: la
sosta selvaggia è una triste abitudine che non si riesce a
rimuovere.
Discariche e
abbandono dei
rifiuti. Il segno di
inciviltà arriva al culmine della
negativa piega che ci sta totalmente allontanando da quel
“senso civico” che
ogni paese dovrebbe rispettare per il bene di tutti.
Manca la
repressione. (solo 180
verbali elevati nell'anno relazionato) Al comando della polizia
municipale non
ci sono sufficienti agenti da destinare ai servizi di
viabilità e controllo del
territorio.
Favara.È
una città
con diversi problemi e purtroppo tanti nostri cittadini sono sempre
pronti ad
approfittarne; d'altra parte è parte di questa cultura
evadere le norme. Le
amministrazioni che si sono susseguite negli anni non hanno certo preso
in
pugno la problematica: si eliminano in maniera generica e grossolana i
problemi
della città, per poi non capire che una immediata e ferrea
“regressione
logistica” delle varie illegalità non eseguita in
“legata successione” al
problema eliminato, porta a non averlo affatto risolto! Ma in
tutto questo
noi favaresi che facciamo? Da una parte ci lamentiamo per le cattive
condizioni
di vita in cui siamo costretti a vivere, dall'altra approfittiamo della
situazione come possiamo.
Manca un
adeguato piano
urbano del traffico. La rete
stradale è in uno stato a dir poco
fatiscente. Emergono di conseguenza le varie carenze infrastrutturali:
manto
stradale disconnesso; mancanza di marciapiedi; strisce pedonali e
segnaletiche
irrisorie, considerate un semplice “contorno” per
la sicurezza; assenza di
parcheggi e spazi con strisce a linee blu; irriverenti spazi di verde
pubblico,
i quali si presentano in uno stato di assoluto abbandono e degrado
degenerativo(non
parliamo poi delle ville e delle piazze!). Tutta questa
mancata
manutenzione e mancato controllo ordinari non eseguiti e non
programmati con
costanza, portano poi a degli interventi straordinari sicuramente
più difficili
da gestire, sia a livello umano che economico, a discapito di tutta la
città!
I vigili.In tutto
questo non possono o non fanno molto? Il libero arbitrio di potere fare
“tutto”
è un problema che dipende veramente dall'organico ridotto
della nostra polizia
municipale? Riesco ad assumere una coscienziosa conclusione che mi
porta ad
esser convinto di sì, per un parallelismo di rispetto alla
giustizia che
dovrebbe partire proprio da chi dovrebbe farla rispettare. Arguisco
volendo far
ricordare che nel primo articolo del C.d.S. si definisce che:
“la sicurezza
della persona rientra tra le finalità primarie di ordine
sociale ed economico
perseguite dallo Stato”.
Rivolgo
tutto ciò su asserito, con remunerativa onoranza, agli
organi di potere e
facoltà, augurandomi un “rimorso
sociale” che possa essere il principio di
assumersi, ognuno e tutti, le proprie responsabilità ed
analogamente difenderle
ed attuarle, nella
speranza d'una Favara migliore traguardata con il diritto
d'avere una città coi servizi basilari (almeno
quelli!) ed un corpo di
polizia municipale che tenga conto della “summum
ius, summa iniuria” nella
proposizione di far rispettare le regole e non le eccezioni.
Massimo Centineo
L'ESEMPIO
DI EVANGELIZZAZIONE DI
UN PRETE
DIMENTICATO
La sera
del 15 settembre 1993, veniva ucciso
don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, a
Palermo. È stato ricordato dalla diocesi con una fiaccolata
notturna, lo scorso
14 settembre. Oltre alle
dovute celebrazioni locali c’è però ben
poco. In
particolare il processo
di canonizzazione – per il quale è
stato appena
nominato un nuovo postulatore, mons. Vincenzo Bertolone, vescovo di
Cassano
allo Ionio (Cs) – è
fermo al palo: ha superato la fase diocesana ma
è bloccato
a Roma. Attorno ad un nodo: il riconoscimento del martirio del prete,
che
peraltro consentirebbe di non attendere i due miracoli necessari alla
canonizzazione e quindi di accelerare i tempi dell’iter. Ci sono forti
resistenze vaticane all’attribuzione del titolo di martire ad
un prete ucciso
dalla mafia, perché questo avrebbe ripercussioni teologiche
e pastorali non di
poco conto. Don
Pino Puglisi viene ucciso per il suo
impegno antimafia poco appariscente ma concreto. Non era
un “professionista
dell’antimafia”, non appariva in tv, ma tutti i
giorni lavorava per strappare i
bambini dalla strada e dalla criminalità, per rendere
vivibile un quartiere
senza scuola, senza presìdi sanitari e ostaggio della mafia,
per educare le
persone a rivendicare i propri diritti.
Nato il 15 settembre 1937 proprio nel quartiere di Brancaccio da una
famiglia
di modeste condizioni, Puglisi segue il percorso tradizionale di un
giovane che
vuole diventare prete: le scuole, i gruppi ecclesiali, il seminario,
fino
all’ordinazione sacerdotale nel 1960. Nel 1990 la svolta
della vita: il card.
Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, lo nomina parroco a
Brancaccio, e
Brancaccio, in un certo senso, lo convertirà.
Perché don Puglisi è un prete
tranquillo, attestato su posizioni moderate, inviato a Brancaccio anche
per
normalizzare una parrocchia considerata di sinistra, che
però si tuffa in una
realtà sociale di povertà, degrado e
sottomissione al dominio mafioso, e
sceglie di lottare tutti i giorni per modificarla, fino a finire
ammazzato. “È
una terra di nessuno, i bambini vivono in strada e dalla strada
imparano solo
le lezioni della delinquenza: scippi, furti…”,
dirà lo stesso Puglisi durante
un convegno della Chiesa palermitana. C’è
povertà materiale e culturale:
“L’evasione scolastica – dirà
ancora – è dovuta al fatto che Brancaccio
è
l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola
media. Evidentemenete
questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui.
Chiesa e mafia: un legame da
spezzare
E siccome manca tutto, don
Puglisi comincia dai bambini: gira per il quartiere,
li trova in mezzo alla strada, facile preda della
criminalità, e li
porta in
parrocchia, non per catechizzarli ma per farli giocare, educandoli però al
rispetto delle regole. Poi gli adulti e il resto del
quartiere. Egli rompe i
legami fra la parrocchia e i mafiosi: vieta al Comitato
per la festa di San
Gaetano di passare per la case a riscuotere i soldi – quasi
un pizzo – e
ridimensiona la festa del patrono, diventata una vetrina per gli uomini
d’onore
che portando la statua o guidando la processione legittimano
simbolicamente il
loro ruolo, con la benedizione della Chiesa; respinge le offerte o gli
aiuti
che boss e politici democristiani gli porgono per suggellare i loro
legami;
modifica i percorsi delle processioni per non farle più
passare, quasi in
adorazione, sotto le case dei capi mafia; respinge i mafiosi che
vogliono fare
i padrini di battesimo e di cresima.
Arrivano tre suore e un viceparroco per dargli una mano –
Gregorio Porcaro, che
poco dopo l’uccisione di Puglisi lascerà il
ministero – e nasce il
Centro Padre
Nostro: spazio socio-culturale per i bambini e i giovani,
centro di assistenza
per i più poveri, ma anche luogo dove si impara a conoscere
e a rivendicare i
propri diritti, spezzando i meccanismi di sottomissione e di
clientelismo che
da sempre regolano la vita a Brancaccio. E si moltiplicano gli scontri
con i
notabili democristiani locali: Puglisi rispedisce al mittente i
“santini” che
vengono portati in parrocchia ad ogni tornata elettorale, attacca gli
amministratori locali quando si affacciano nel quartiere a raccattare
voti, in
un’assemblea pubblica invita a gran voce i cittadini di
Brancaccio a “non
chiedere come favore ciò che è vostro diritto
ottenere”.
Martire di mafia
Don Pino Puglisi ha passato il segno ed inizia ad essere osservato
più da vicino dai
Graviano, che Leoluca Bagarella rimprovera per aver lasciato troppo
spazio al
prete. Nel 1993 la situazione precipita. Il 9 maggio Giovanni Paolo II,
nella
Valle dei Templi di Agrigento, rompe un lungo silenzio e tuona contro i
mafiosi. “Era ora”, esclama Puglisi,
che più volte si è lamentato delle
omissioni di molti suoi confratelli. Il 21 maggio la parrocchia
organizza una
fiaccolata per ricordare la strage di Capaci e il giorno dopo,
puntuale, arriva
la prima forte intimidazione: viene incendiato il camion della ditta
che stava
effettuando dei lavori di ristrutturazione in parrocchia.
A giugno Puglisi e il Comitato intercondominiale portano una troupe del
Tg3 a
filmare il degrado di via Hazon e pochi giorni dopo vengono incendiate
le porte
delle abitazioni dei tre leader del Comitato. La domenica successiva,
dal
pulpito, durante l’omelia don
Pino Puglisi attacca frontalmente i mafiosi: “Non siete
uomini, ma animali”. A luglio nuova
manifestazione antimafia, in piazza, per
ricordare la strage di via D’Amelio, e la sera stessa un
giovane animatore della
parrocchia viene aggreddito e brutalmente picchiato. Anche il cardinale
scarica
il prete che inizia a sentirsi solo e a temere per sé e per
i suoi
collaboratori, a cui chiede una maggiore prudenza. Ma il prossimo
obiettivo
ormai è lui, don
Puglisi, che viene ucciso nel giorno del suo compleanno, con
un colpo di pistola alla nuca, mentre rientrava in casa.
Don Pino Puglisi, un martire per la Chiesa
Don Pino
Puglisi, ucciso dalla mafia per il suo impegno pastorale e
sociale, è un
martire oppure no? Il Vaticano, dove è fermo il
processo di canonizzazione che
ha superato la fase diocesana, è restio a concedere il
titolo. Troppo
pericoloso, forse, affermare che chi si oppone alla mafia fino alla
morte è un
martire: che figura
farebbe tutta quella parte di Chiesa che non solo non si
oppone ma convive tranquillamente con mafia, camorra e
‘ndrangheta? Diverse
associazioni ecclesiali di base palermitane, invece, pensano
esattamente il
contrario, ed hanno scritto a Benedetto XVI chiedendogli che
“venga
solennemente riconosciuta dalla Chiesa, come martirio cristiano, la
morte di
don Puglisi, ucciso dalla mafia”: dare questo valore alla morte di
un uomo “che
non ha piegato la testa al potere mafioso” in nome del Vangelo
sarebbe un segno
di “svolta”.
I preti meridionali e
l’impegno contro
la criminalità mafiosa
La figura
tipica del prete
meridionale è di un onesto burocrate del sacro:
amministra i
sacramenti, insegna un po’ di catechismo ai bambini, soccorre
qualche famiglia
in difficoltà. Per il resto, meno interrogativi si pone, e
pone ai
parrocchiani, e più viene apprezzato. In questo
scenario, i mafiosi possono
accettare che un prete organizzi marce e fiaccolate in difesa della
legalità
democratica, come faceva don Puglisi? Che chieda alle
autorità di far sgombrare
locali abusivamente adibiti a deposito di sigarette di contrabbando e
di droghe
illegali? Che critichi gli amministratori esperti in pratiche
clientelari
quanto incapaci di attivare spazi sociali istituzionali (come scuole,
palestre,
centri sociali, biblioteche)? Che addirittura vada a visitare familiari
di
mafiosi per problematizzare la compatibilità di certi
criteri etici con i
dettami evangelici? Evidentemente no! Un prete può andare
bene solo nella
misura in cui non insiste sul messaggio di Gesù di Nazareth:
la dignità di ogni
uomo e di ogni donna, la cura del debole, la difesa del perseguitato.
Può
essere lasciato in pace se, a sua volta, lascia in pace padroni e
padrini: se –
come diceva a proposito di sé monsignor Helder Camara
– aiuta i poveri ma evita
di chiedersi perché questo sistema socio-economico produca
poveri.
Perche non si vuole Pino
Puglisi
santo? Additarlo alla
venerazione dei fedeli
significherebbe ammettereche, per
un prete, l’impegno per la libertà e la giustizia nel
territorio costituisca
non un optional, o addirittura una deviazione, rispetto alla sua
missione,
bensì un elemento costitutivo, irrinunciabile.
IMPRIMERE
L'ACCRESCIMENTO CULTURALE
E'
L'UNICA EFFICACE PER CONSUMARE
LA "NOSTRA
MAFIA"
di
Massimo Centineo
Alla Favara.....disse
Pirandello: “se
non ci cambiamo noi
stessi, nel parlare come un altro per bocca nostra, non ci
cambierà nessuno”. La
nostra storia sociale sulla legalità
può trarre
introduzione dall'evento Chiaramontano sulla fondazione del casale,
attorno a
cui non riuscirono ad attirare le popolazioni limitrofe; di conseguenza
si
ricorse all'istituzione del diritto
d'asilo, richiamando
così gruppi di immigrati
che, per lo più fuggiaschi, eterogenei e privi di
entità culturale, hanno
trasmesso solo l'unico elemento che li accomunava:il culto della violenza. Favara
divenne
così un covo di briganti di cui i paesi vicini cominciarono
a
lamentarsi presso il re. Nonostante poi sia stata abolita la “cancrena
sociale”
della prava consuetudo, a Favara, oramai, si era
creata una forma
mentis prospettataad
un tipo di
cultura esasperatamente individualistica, con un spiccato “radicamento
consolidato” atto a far fortificare la “cultura
acivica”. È in questa nuova
mescolanza creata tra la comunità onesta ed il latitante,
fruttificato dal seme
grevio cresciuto senza onesto sacrificio, che nasce un rapporto
forzato,
portando spesso un rispetto vincolante alla paura con cui si era
costretti a
convivere. In questa “polla d'acqua” si crea
un'immersione nella fonte vitale
di uno spazio che sforza il giusto ad una evoluzione positiva, in un
contenitore costretto ad accettare l'omertosa esistenza, portando quel
concetto
quasi religioso del senso di ospitalità. Questo atteggiamento,
nella costanza
amalgamato negli anni, diventa
uno status che in noi favaresi
riceve un
significante e profondo valore etico-morale, entità che ci
siamo tramandati con
lemniscato orgoglio. Ed è proprio da questa
“catena culturale”che bisogna partire
per far emergere
quell'intreccio tra la sacralità morale sfruttata
omertosamente e
parallelamente quella ospitalità genuina che fa di noi
favaresi un popolo dal
“cuore grande”. Bisogna
fare emergere la nostra “coscienza dignitosa”,
la
quale deve farci riprendere quell'onore che la mafia, con la storia, ci
ha
strappato. Tutto ciò è solamente un punto di
principio di un problema molto
complesso che non bisogna valutare esclusivamente nella fenomenologia
delittuosa,
ma in tutte le grandi e piccole cause che la condizionano.
Il soffuscamento economico-culturale, di questo nostro
passato da “servi
della gleba”, non poteva altro che portare una
situazione di
miseria, di degrado, di ignoranza, di abbandono, i quali rappresentano,
concatenati fra loro, l'indisturbato prosperare della mafia. Questa
indisturbata indifferenza, nell'essere-non essere, il nascere, il
morire e il
rinascere, ha avuto come fine il ripetersi degli eventi e delle stesse
contraddizioni, approfittandosi dell'alita “coscienza
morale” di una città come
Favara, fatta di persone che divengono: “uno, nessuno,
centomila”; ma che
possono divenire nell'orgoglio del riscatto: “nessuno, uno,
centomila”.....contro la mafia per una Favara migliore.